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Le premesse

Che cosa s’intende con “educazione alle differenze” e quali sono le sue ragioni?

Per rispondere a questa domanda basterebbe considerare i progetti formativi e i percorsi di sensibilizzazione sulle identità di genere che, negli ultimi anni, si sono moltiplicati dentro e fuori le scuole. Laddove i confini tra identità e differenza s’irrigidiscono, ecco che il sesso di nascita e l’orientamento sessuale diventano fattori discriminanti nella definizione di “giusto” e “sbagliato”: ciò cui è necessario conformarsi per essere accettati, da una parte e dall’altra, ciò che va nascosto, allontanato, punito, pena l’esclusione.

Chi lavora e crede in una scuola pubblica, plurale e inclusiva per definizione, non può ignorare l’esistenza stessa delle differenze e non può accettare che il loro potenziale si disperda, o peggio ancora sia abbandonato a se stesso, messo sotto silenzio, stigmatizzato.

In questa prospettiva, la decostruzione di modelli stereotipanti rappresenta la chiave di volta per la prevenzione di comportamenti violenti e discriminatori, come ben testimonia la grande affluenza alla prima e alla seconda edizione di Educare alle differenze, il 20-21 settembre 2014 e il 19-20 settembre 2015.

Talmente bene si è lavorato, dal punto di vista simbolico e delle pratiche educative, che la reazione oscurantista è stata particolarmente intensa e gli attacchi contro il pluralismo democratico, che hanno sempre avuto un andamento carsico nel nostro paese, si sono fatti costanti e ben visibili, con la complicità dei media e il contributo di politici compiacenti.

I numeri della seconda edizione

Se alla prima edizione di Educare alle differenze hanno partecipato più di seicento persone e una rete di soggetti collettivi assai composita (associazioni, scuole, consultori, centri antiviolenza, case delle donne, insegnanti, personale educativo, docenti universitari, genitori, consulenti in orientamento e formazione, attivisti/e di spazi sociali, operatrici e operatori d’infanzia e del settore artistico e culturale, figure operanti a vari livelli e in vari ambiti nelle Amministrazioni locali), la seconda edizione è stata ancora più ricca per presenze ed eterogeneità.

Nel 2015 sono oltre settecento i/le partecipanti – esclusi relatori e relatrici – che hanno compilato la scheda di registrazione, dalla quale si evince una presenza significativa della Regione Lazio (Roma 53%, territorio laziale 8%) e di una rappresentanza consistente di tutto il territorio nazionale (39%). Molti/e lavorano nella scuola a vario titolo e/o sono genitori (64%), altri sono insegnanti (36% in totale, con prevalenza di scuola primaria e secondaria di secondo grado, fanalino di coda la partecipazione di docenti universitari).

La grande partecipazione alla seconda edizione di Educare alle Differenze, organizzata dall’Associazione SCOSSE, Il Progetto Alice e Stonewall e co-promossa da altre 250 organizzazioni su scala nazionale, testimonia l’esistenza sull’intero territorio italiano di saperi e competenze diffuse: nell’assenza quasi totale di fondi e in un clima di generale ostilità culturale, in tutta Italia esistono soggetti singoli e collettivi che sviluppano progetti efficaci e di qualità per la valorizzazione delle differenze, l’educazione sentimentale, la prevenzione e il contrasto non solo delle violenze legate al genere e all’orientamento sessuale, ma anche di ogni forma di discriminazione e sopraffazione.

Lo spettro del gender

La crescita e la diffusione di Educare alle differenze nel corso dell’anno passato testimoniano il bisogno diffuso di fare rete, condividere conoscenze e strumenti, di stabilire sinergie e di costruire una voce collettiva capace di promuovere, valorizzare e difendere, quando necessario, queste attività e la loro capacità di trasformare la società nella direzione dell’equità, della pluralità e della piena democrazia. Ma non solo. Tanta ricchezza restituisce un quadro del paese e della scuola molto diverso da quello che le campagne d’odio e di diffamazione sulla cosiddetta “ideologia del gender” hanno cercato di dipingere negli ultimi mesi.

L’edizione 2015 – che ha raccolto le indicazioni emerse dall’incontro nazionale dello scorso anno e delle molteplici attività svolte sui territori – si è declinata principalmente in termini di auto-formazione per sottolineare, da un lato, l’enorme ricchezza di competenze e buone pratiche presenti su tutto il territorio nazionale; dall’altro per colmare un vuoto formativo su questi temi che non viene promosso in maniera sistematica dalle istituzioni. Per le reti territoriali di Educare alle differenze, in crescita da nord a sud, e per le organizzazioni presenti, il secondo incontro nazionale ha rappresentato una tappa di avvicinamento verso la costituzione formale di una rete di associazioni, che promuova l’Educazione alle differenze, unendo le proprie forze e risorse.

La risposta della rete

Le due partecipatissime plenarie sono state l’occasione per trovare delle parole comuni per rispondere agli attacchi che, da troppo tempo, singoli/e insegnanti e associazioni subiscono da associazioni clericali di destra e da gruppi d’ispirazione neofascista, ponendo le basi per un discorso propositivo sul futuro della scuola italiana su questi temi.

Parole comuni tra soggetti diversi – insegnanti, attivisti di associazioni LGBT, associazioni a vocazione educativa, gruppi femministi, studiose e studiosi – che hanno riconosciuto come elemento cruciale l’assunzione delle differenze tutte – di genere, di orientamento sessuale, di provenienza culturale, di diversa abilità come bene indivisibile.

Alla retorica della paura, la plenaria di Educare alle Differenze ha risposto mettendo al centro i desideri di chi vive la scuola ogni giorno, l’autodeterminazione e la libertà d’insegnamento e il diritto per studenti e studentesse di crescere in un ambiente laico e aperto alle pluralità, capace di contrastare dinamiche e atteggiamenti che stigmatizzano le differenze e alimentano fenomeni di esclusione e violenza. Non sono le falsità sulla masturbazione infantile a spaventare tanto i detrattori dei progetti di educazione alle differenze, ma la paura della straordinaria possibilità che ha l’agire educativo di trasformare i rapporti tra i generi in termini di giustizia, pluralità e inclusione: la paura che nelle scuole crescano cittadini e cittadine liberi e uguali, in dialogo con la propria identità e il proprio orientamento sessuale oltre gli stereotipi e i pregiudizi, dotati del senso critico necessario per opporsi alle ingiustizie e alle discriminazioni.

I limiti della Buona Scuola

Al Governo e alla Ministra Giannini, l’assemblea ha risposto che il comma 16 della Buona scuola e la circolare di settembre che nega l’esistenza dell’ideologia gender sono un passo in avanti, ma assolutamente non sufficiente. Poche righe all’interno di una riforma che mina nel profondo l’impianto pubblico della scuola non sono ciò che auspicavamo e rappresentano una dichiarazione d’intenti che manca di tutto ciò su cui si misura realmente la volontà politica: linee guida attuative e risorse.

In tutti gli stati d’Europa, ad eccezione di Italia e Grecia, esiste una forma di educazione ai sentimenti e all’affettività, ovvero uno spazio in cui è possibile far crescere consapevolezza e confronto tra i ragazzi e le ragazze sulle relazioni, sulle differenze di genere, sulla risoluzione dei conflitti.

La rete delle 250 associazioni che compongono Educare alle Differenze chiede di essere interlocutrice del Ministero per la scrittura delle Linee guida previste dalla Riforma scolastica, che serviranno ad attivare gli strumenti di prevenzione della violenza di genere come di tutte le discriminazioni e i progetti di educazione alla parità tra i sessi, come espressamente richiesto anche nella Convenzione di Istanbul, ratificata dal Parlamento italiano nel 2013.

Nelle assemblee plenarie si è più volte ribadito che se non esiste una “ideologia” per com’è dipinta da una certa area politica, il genere – inteso come un sistema di pratiche sociali e culturali che assegnano ruoli, potere, funzioni e opportunità diverse agli individui in base al loro sesso di nascita e al loro orientamento sessuale – esiste eccome e produce ingiustizie e sofferenze sul piano individuale e sociale. Ed è per decostruire queste pratiche, stereotipi e modelli che in tanti e tante da anni lavorano nelle scuole per offrire strade di libertà a studenti e studentesse.

È un lavoro che avviene da decenni in un totale vuoto normativo e in assenza di riconoscimento. Anche per colmare questo vuoto, il terzo settore si è mobilitato dal basso e con la seconda edizione di Educare alle differenze si propone di portare avanti diverse azioni del fare rete. Prima tra tutti la creazione di strumenti comunicativi e il supporto reciproco nella circolazione delle informazioni per incidere nel discorso pubblico, promuovere la circolazione di contenuti veritieri e sconfiggere la campagna diffamatoria e omofobica che ci circonda; la formazione e continuazione delle reti territoriali, completamente autonome, attraverso l’organizzazione d’incontri di discussione e formazione; la pressione politica presso i rappresentanti degli Enti locali, che pure possono fare molto per promuovere parità e contrastare le diseguaglianze, come mostrano alcuni esempi eccellenti. In conclusione, all’inizio del nuovo anno la rete di associazioni per Educare alle differenze si costituirà formalmente. Tutte le associazioni che vogliono partecipare alla redazione dello Statuto e fare parte del nucleo fondativo della rete, possono scriverci e dichiarare il proprio interesse.

Il filo rosso tra i tavoli: autoriflessione, pratiche, linguaggi e bisogni

L’articolato programma della due giorni si è declinato in 9 diversi tavoli per fascia di età (0-6, 7-11, 12-14, 15-18, educazione permanente) e tematici (intercultura, altre abilità, politica e diritti, fuori programma) in cui più di 50 laboratori formativi si sono susseguiti nell’arco di una giornata. Era una scommessa difficile che è stata vinta non solo grazie alla grandissima partecipazione, ma soprattutto grazie alla consapevolezza, la responsabilità e la generosità intellettuale che ha contraddistinto tutte e tutti i partecipanti.

Il primo filo che ha unito il lavoro di tutti i tavoli è stato quello dell’autoriflessione, della necessità di partire da sé, dal proprio vissuto, dalla consapevolezza del proprio portato culturale e valoriale, degli stereotipi che esso trascina, più o meno coscientemente, con sé. La necessità quindi di un’autoformazione permanente. Il contrario esatto di quelle pratiche d’indottrinamento che vengono contestate attraverso vere campagne di disinformazione a chi pratica l’educazione alle differenze.

Un secondo elemento importante, direttamente connesso al primo, è stata la centralità assunta, all’interno di molti degli interventi proposti, di una pratica laboratoriale, di metodologie attive di coinvolgimento, di esperienze che permettessero ai partecipanti e alle partecipanti di mettersi direttamente in gioco. Ne sono emerse cose belle ed emozionanti come nel laboratorio Omofobia e bullismo: linguaggi, metodi e pratiche, condotto nel focus 12-14 dall’Associazione Scosse e dalla Libreria Tuba: ponendo i/le partecipanti di fronte a casi concreti ha permesso di elaborare in piccoli gruppi, strategie, drammatizzazioni e interventi per affrontare momenti critici. Come il laboratorio della Cooperativa L’Arcobalena (tavolo 0-6) che, dopo aver lasciato cogliere lo spazio vuoto del possibile lasciato all’immaginazione nel teatro delle ombre, ha chiesto di sperimentare di fronte a un grande lenzuolo bianco l’ibridazione tra maschile e femminile e i relativi stereotipi. O ancora come l’Associazione 3.2.1 che con Cercasi pirati dell’immaginario per vascello volante nel focus dedicato all’intercultura ha chiesto di costruire una grande mappa colorata con le spezie che conducesse pirati e piratesse a raccogliere un tesoro di storie portatrici di culture differenti.

Un terzo elemento, anch’esso legato ai precedenti, è stato l’emergere di linguaggi differenti. Un ruolo di primo piano è stato svolto dai corpi chiamati ad agire direttamente nello spazio e nella relazione. Ne sono un esempio l’incontro dedicato all’Aikido come mezzo di prevenzione del bullismo nel focus 12-14, e il legame tra corporeità e introiezione del genere in una concezione della quotidianità come teatro invisibile, sperimentato con Maia Pedullà all’interno del focus sull’educazione permanente. E i corpi sono stati i protagonisti assoluti di due delle esperienze “fuori programma”: la pratica drag king proposta da Lucia Leonardi, Rachele Borghi e Olivia Fiorilli e il laboratorio di quasi danza del collettivo Fuxia Block. Se, nonostante il “pubblico privilegiato” coinvolto nei workshop, permane una resistenza iniziale nel mettersi fisicamente in gioco, il lavoro sul corpo si rivela essenziale nello smascheramento in profondità degli stereotipi.

Altro linguaggio privilegiato è stato quello dell’audio-video, dei media e delle nuove forme di comunicazione. Sia in un’ottica di decostruzione dei modelli dominanti a partire da quelli rivolti alla prima infanzia, come nel caso degli incontri rivolti ai genitori presentati dall’Associazione Corrente alternata, a quelli individuati da NarrAzioni Differenti nel tavolo 15-18. Ma anche da utilizzare come strumenti preziosi per costruire e diffondere campagne positive, come spiegato da Pasionaria nel focus dedicato all’educazione permanente.

Tra i bisogni emersi c’è invece quello di concrete risposte istituzionali, che ha caratterizzato in particolare gli interventi del tavolo sulle altre abilità e di strumenti di autotutela e legislativi per rispondere ai tentativi di diffamazione e prevenire l’isolamento per chi porta avanti buone pratiche nel territorio e nelle scuole. C’è inoltre, specie da parte di educatrici, educatori e insegnanti, la richiesta di strumenti operativi per lavorare in classe. La risposta condivisa, a conferma della centralità dell’autoriflessione, della valutazione della specificità dei contesti e della necessità di una co-costruzione orizzontale dei saperi, è che non possono darsi contenuti precostituiti, ma che ogni proposta deve essere uno spunto da ripensare in base alle diverse esigenze e ai luoghi e soggetti coinvolti in una scuola che, come ribadito dal Coordinamento Pedagogico Bassa Reggiana, deve darsi come “mondo vitale”.

Cifra metodologica complessiva di tutti i laboratori è stata la consapevolezza che le differenze non si “insegnano” – nel senso deleterio d’indottrinamento o imposizione di verità – ma che alle differenze ci si educa attraverso l’ascolto di sé e dell’altro, attraverso il dialogo con le emozioni e con il corpo, fino a trovare le parole e gli strumenti adeguati per decostruire modelli sociali e stereotipi. Su questo molto ci ha insegnato l’esperienza di una scuola primaria di Empoli i cui bambini e bambine – nel corso di un percorso educativo per la scoperta delle differenze – hanno coniato il termine “costrizione” per definire le situazioni sociali in cui i loro comportamenti erano stigmatizzati in base a un preconcetto legato al maschile o al femminile, per poi scoprire insieme alla fine del percorso l’esistenza della parola “stereotipo”.

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