ControCampus_-_pat_carraPantaloni allegramente larghi, collane voluminose, borse straripanti, capelli bianchi, rossi, neri ma soprattutto corti.

Così si ritrovano le donne nell’incontro nazionale di Paestum Primum vivere anche nella crisi: la rivoluzione necessaria.
Il movimento che ha costretto la filosofia a fare i conti con l’esclusione originaria che ha determinato la sua nascita si incontra, dopo decenni di percorsi carsici, separazioni dolorose, silenzi (a volte) colpevoli e improvvise riemersioni.

Prende parola per vivere meglio – primum vivere – per restituire alla politica corrente un orientamento sensato facendo leva sulla propria esperienza. Apre la propria “sfida” a un modello di sviluppo e di civiltà che ha subordinato la vita al consumo, la socialità al mercato e la creatività ai tempi veloci della visibilità.

Si interroga sui temi della crisi, della cura, del lavoro e della precarietà a partire dall’esperienza di ciascuna e dai problemi che comporta la trasformata – e ancora forte – divisione sessuale del lavoro (quello per il mercato – più o meno retribuito – e quello fondamentale e informale di cura e relazione – gratuito). Ma è il nodo della democrazia rappresentativa e della crisi del rappresentato/a a focalizzare principalmente l’attenzione, tra i rischi stereotipanti della rappresentanza, l’auto-rappresentanza vista come condizione minima per la libertà e il diritto delle donne di essere rappresentanti. Le posizioni vanno da chi vede la parità come premessa fondamentale a chi la considera come un ostacolo. In mezzo sono tante le articolazioni del pensiero, compresa quella che considera la parità una conseguenza spontanea e diretta di un agire culturale e politico che provoca il cambiamento.
Al di là dei giudizi diversi e delle tesi contrapposte, della fatica (non sempre) compiuta di fare un passo avanti nella comprensione, torno a casa con una moderata fiducia e una buona sensazione, che va oltre il piacere di aver incontrato più di settecento donne e di essermi sentita con loro parte di una stramba comunità di destino.

Il primo aspetto positivo è che molte di queste vistose collane non le ho incontrate ora per la prima volta: sono le stesse che animano le piazze in difesa della scuola e della giustizia sociale, le associazioni e i comitati che salvaguardano l’ambiente, le coalizioni sociali che hanno lavorato alle vittorie amministrative e referendarie del 2011.

Sono espressioni di un femminismo diffuso e intergenerazionale, più di quanto pensino. Mescolano politica, istituzioni e società civile, culture della differenza e del gender, giovani e meno giovani, eterosessuali, bisessuali e lesbiche. Queste donne divergono su molto ma hanno la ricchezza di condividere le stesse pratiche politiche. Cercano di portare la lotta al patriarcato, al sessismo e all’omofobia, la cultura della partecipazione e della pratica assembleare, l’orizzontalità, il rifiuto della delega e delle gerarchie all’interno della politica dei movimenti, delle istituzioni e dei partiti abitati da tante dinamiche maschili ed escludenti.

Questa sovrapposizione di impegni, lotte e passioni testimonia la vitalità dei femminismi, nonostante la frammentazione, le divergenze e i conflitti, e rende pervasiva e minacciosa la sfida femminista al cuore della politica.
Il secondo aspetto é il rilancio con nuovi incontri da promuovere sul blog (paestum2012.wordpress.com), che potrebbero portare approfondimento e innovazione nel ragionamento e, nella migliore delle ipotesi, restituire a tutte una spinta collettiva progettuale. Saranno organizzati nei prossimi mesi in diversi territori nuovi appuntamenti focalizzati su temi specifici, affrontati a Paestum in modo non sempre articolato. Anche perché nella discussione, che si è aperta senza relazioni introduttive, é stato purtroppo rimosso molto: la diversità tra classi sociali, il confronto con le donne straniere che vivono nel nostro Paese, il rapporto con Se non ora quando, con il femminismo europeo e internazionale, oltre alla tradizionale difficoltà di interazione con i giovani movimenti queer, transgender e glbt.

Il terzo aspetto che può rivelarsi una interessante opportunità è il tempo in cui siamo: la crisi economica, che è anche crisi di un modello di civiltà che ha separato il corpo dalla mente, la natura dalla cultura, le emozioni dalla ragione, offre alle soggettività escluse dalla cittadinanza per “destino biologico” il privilegio di produrre un esito nuovo, per loro stesse e per l’umanità intera.

Paestum accade nello stesso luogo, 36 anni dopo. Qui si è svolto l’ultimo convegno del movimento delle donne, quando dopo un susseguirsi di grandi e partecipate mobilitazioni (per il referendum abrogativo sul divorzio, per il diritto di famiglia) l’azione nel sociale e la pratica dell’autocoscienza mostrava l’esigenza di confrontarsi con l’esterno, con le altre donne, con la società maschile, con i partiti politici e i mass-media.

Era appena un istante prima della diaspora, delle tensioni feroci e dello scioglimento di parecchi gruppi femministi. C’era un formidabile fermento culturale allora, che ha portato alla pubblicazione di riviste (Differenze, DWF, Sottosopra) e all’apertura di Librerie delle donne, di Centri di documentazione e di Case della donna in tante città. Molti di questi luoghi sopravvivono ancora e se anche alcune saracinesche sono state abbassate altri spazi sono fioriti.

Come in qualche modo ci suggerisce il logo di Pat Carra per Paestum 2012, tuffiamoci, insieme ma ognuna nella corsia che preferisce, tenendoci presenti le une alle altre. Nuotiamo nella pluralità dei femminismi e delle generazioni alimentandoci del margine che oggi ci avvantaggia, della conflittualità che apre spazi produttivi, del valore delle tante differenze che ci attraversano, per costruire con l’autonomia del nostro pensiero una sfida potente e visionaria alle tante dimensioni della politica, quella istituzionale inclusa.

Roma 7/10/2012
Monica Pasquino, Associazione SCOSSE, www.scosse.org/wordpress/

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