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In questa pagina tre foto di Educare alla differenze, incontro promosso alla scuola Cattaneo a Roma il 19 e 20 settembre (foto di Comune)

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“Non siamo tutti uguali, ma non siamo neanche diversi”. Maria ha vent’anni, è di orgine rom e ha le idee piuttosto chiare. Alla due giorni romana della rete “Educare alle differenze” si occupa con altre donne della cucina: quando durante la plenaria che apre l’incontro promosso dalle associazioni Scosse (Roma), Stonewall (Siracusa) e Il Progetto Alice (Bologna) – e copromosso da altre duecento realtà sociali di tutta Italia – spiega le ragioni della sua partecipazione si capiscono molte cose di questo straordinario spazio di libertà.

Un evento nato in basso di cui tanti e tante, a guardare i numeri della partecipazione e i volti dei presenti, sentono bisogno: erano seicento alla prima edizione del 2014, qualcuno in più probabilmente in questo secondo appuntamento. Altre settecento persone qualche giorno fa si sono incontrate a “Tutta un’altra scuola” in Toscana (iniziativa promossa dalla rivista Terra nuova), un altro centinaio a Molfetta per “Dismparare per imparare” su proposta della casa editrice la meridiana, moltissimi altri saranno a fine ottobre a Bastia Umbra per l’incontro annuale della Rete di Cooperazione educativa “L’educazione prende corpo” (ci sarà anche Comune). Insegnanti, educatori, ricercatori, persone di associazioni, cooperative, reti, gruppi informali mettono in comune saperi e pratiche, idee e domande, rabbia e convivialità.

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Se si abbassa dunque lo sguardo a livello del suolo si scoprono questi preziosi luoghi di scambio e autoformazione. In fondo anche l’interesse per lo spazio web aperto su Comune “Apprendere facendo” mostra come ovunque migliaia di uomini e donne non si accontentano di etichette e categorie, non cercano formazione per profitto o carriera, ma vogliono contribuire a cambiare la società in profondità, mettendo in discussione l’idea di formazione, ripensando l’arte di apprendere, il cosa apprendere ma anche il come. Niente è scontato: anche termini come “educare” e “differenze” possono essere oggetti di sguardi nuovi. E, soprattutto, vogliono farlo insieme, dialogando con tutti ma proteggendo al tempo stesso la propria autonomia.

Per farlo hanno scelto la strada del camminare insieme, in modo collettivo si sceglie su cosa confrontarsi e su cosa aprire spasi di formazione. Perché questi restano per molti  e molte tempi in cui scavare, porre nuove domande, cercare alfabeti diversi, rifiutando chi percorre la strada del terrore e dell’arroganza.

Le vicende dei fantasmi del Gender, come hanno spiegato Monica Pasquino (Scosse) e Giulia Selmi (Il Progetto Alice), hanno dimostrato prima di tutto che c’è chi vuole muoversi sul terreno della paura. A loro occorre rispondere su altro terreno, quello dei desideri e dei sogni, della gioia e delle emozioni. Educare alla differenze, come mostra il ricco programma costruito intorno a sette tavoli paralleli (Esperienze 0-6 anni, 7-11, 12-14, 15-18, Intercultura, Educazione permanente, Altre abilità, Politica e diritti, Fuori programma), significa allora non solo superare gli stereotipi di genere o contrastare la violenza omofobica, ma anche valorizzare l’intercultura, sperimentare nuove forme di inclusione sociale, utilizzare strumenti inusuali per fare formazione, nella scuola e fuori.

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Un elemento più di altri sembra comune agli incontri previsti nei diversi tavoli: la consapevolezza che viviamo in contesti di grande indottrinamento da cui difendersi, quello dei media meanstream, quello dei fondamentalisti di ogni tipo, quello dell’industria del giocattolo…, e a cui rispondere con creatività.

Insomma, insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, genitori, docenti universitari, artisti, esperti ed esperte in studi umanistici e scienze sociali, associazioni e case editrici hanno scelto di lavorare in rete in uno stile orizzontale, quello del confronto e dell’ascolto. C’è la voglia di aprire spazi di dialogo con tutti, a cominciare da quelli che si sentono incerti su molti temi e che non sono presenti in incontri come quello di Roma. C’è il desiderio di uscire dalla proprie nicchie, di parlare alle persone comuni.

Una cosa è sicura: qui non ci sono relatori che parlano in lezioni frontali impartendo lezioni ma persone che insieme costruiscono un mondo dove ci stiano molti mondi. Questa sì è una bella differenza.

pubblicato il 19/09/2015 su Comune.info

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