A4_Ed2_tutti_differenti6Educare alle differenze. Intervista a Marco Silvaggi, psicologo dell’Istituto di sessuologia clinica di Roma: la falsità della “teoria gender” e la una cultura del confronto rispetto a temi come l’identità sessuale, di genere, l’orientamento sessuale in Italia

di Roberto Ciccarelli

«Ho dif­fi­coltà a par­lare di una teo­ria del «gen­der» che non esi­ste – afferma Marco Sil­vaggi, psi­co­logo dell’Istituto di ses­suo­lo­gia cli­nica di Roma — Posso sol­tanto par­lare di quello che sento dire».

E cosa si dice?
Che l’educazione alle dif­fe­renze inse­gne­rebbe ai bam­bini la mastur­ba­zione all’asilo o che devono sce­gliere di essere maschi o fem­mine, indi­pen­den­te­mente dal loro corpo. Ma que­sto non ha alcun fon­da­mento rispetto a quanto viene fatto nelle scuole o, meglio, che dovrebbe essere fatto nelle scuole per quanto riguarda l’educazione ses­suale e all’affettività. È asso­lu­ta­mente falsa l’idea che fare corsi alla ses­sua­lità spinga le per­sone ad avere espe­rienze ses­suali più precocemente.

Cosa sosten­gono le ricer­che scien­ti­fi­che?
Le per­sone che rice­vono corsi di edu­ca­zione ses­suale, sulle linee guida dell’Oms, hanno una mag­giore con­sa­pe­vo­lezza della loro ses­sua­lità e ten­dono ad esor­dire più tardi nel com­por­ta­mento ses­suale e a farlo in modo più con­sa­pe­vole e lon­tano dei rischi. Chi non la riceve è vul­ne­ra­bile rispetto ai media, alla pub­bli­cità, alla rete con i film porno quando si è più grandi. Se a cin­que anni si vede un film in cui il padre decide e la madre si ade­gua, il bam­bino sta comun­que rice­vendo un’educazione che parla di cosa sono i diversi generi ed è pro­ba­bile che si ade­gui a modelli che ini­bi­scono la parità e la pos­si­bi­lità di una libera espres­sione di tutti gli esseri umani.

Uno dei temi dell’educazione alle dif­fe­renze è la bat­ta­glia con­tro gli ste­reo­tipi. Di cosa si tratta?
L’aderenza ai modelli di genere ste­reo­ti­pati è in grado di favo­rire la vio­lenza di genere o l’omofobia. La minore con­sa­pe­vo­lezza delle per­sone porta i car­ne­fici ad agire con un mes­sag­gio che non hanno ela­bo­rato ma solo accet­tato e le vit­time a subire que­sti feno­meni per­ché meno con­sa­pe­voli dell’esistenza di una realtà diversa fon­data sul rispetto della diversità.

Quale dovrebbe essere il ruolo dell’istruzione pub­blica?
Dovrebbe pro­muo­vere una cul­tura del con­fronto rispetto a temi come l’identità ses­suale, di genere, l’orientamento ses­suale che sono pur­troppo ancora argo­menti miste­riosi per mol­tis­sime per­sone. Pen­sare a corsi che non siano di emer­genza o di repres­sione degli effetti gene­rati dalla man­canza di edu­ca­zione ses­suale, dalle malat­tie ses­sual­mente tra­smesse o dalle gra­vi­danze inde­si­de­rate tra i più gio­vani. Dovreb­bero durare per tutto l’iter sco­la­stico for­nendo ai gio­vani gli stru­menti per con­si­de­rare la ses­sua­lità una fonte di benes­sere, non di disa­gio o peri­colo. Pur­troppo la man­canza di mezzi, mate­riali e eco­no­mici e una cul­tura asso­lu­ta­mente arre­trata in Ita­lia frena la pos­si­bi­lità di par­lare libe­ra­mente di sessualità.

pubblicato il 19/09/2015 su Il Manifesto

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