- Scosse - http://www.scosse.org -

Il sistema coworking negli spazi pubblici in dismissione: #idee per una repubblica romana

comune-info [1]Il discorso sul coworking e sulle nuove forme di organizzazione del lavoro nasce dalla domanda su quale sistema economico e quale modello di impresa dobbiamo realizzare per rispondere alla tendenza degli ultimi trent’anni: lo spostamento della ricchezza dai salari ai profitti e dei profitti dagli investimenti alle rendite.
Gli spazi dedicati al coworking stanno crescendo rapidamente in Europa. In alcuni paesi, come Francia e Belgio, lo Stato incentiva l’apertura di spazi condivisi di lavoro per creare occupazione e facilitare l’avviamento del percorso professionale dei giovani. In Italia l’esperienza del coworking è ancora in fase embrionale e sconta il pegno della tradizione culturale nostrana: considerare l’iniziativa imprenditoriale per un giovane come una opzione residuale rispetto al lavoro dipendente.
Con la mia associazione [2], l’anno scorso ho avuto la fortuna di incontrare il discorso politico del Quinto Stato [3], una piattaforma del lavoro indipendente che riflette sulla condizione atipica e precaria dei nuovi lavori e che propone il coworking come come exit strategy per affrontare le patologie del lavoro contemporaneo.
Da subito ho cercato di creare di favorire l’incontro e la contaminazione tra il Quinto Stato e il Comitato per l’uso pubblico delle caserme, a cui partecipavo da un paio d’anni, prima come coordinatrice di un Circolo di Sinistra Ecologia Libertà [4], poi come cittadina di un territorio in cui insistono due grandi caserme e un forte militare. L’obiettivo dell’incontro era ambizioso: inventare risposte di prossimità alle difficoltà di chi condivide i problemi del Quinto Stato (precarietà, lavoro nero, sfruttamento economico, isolamento professionale).
In qualche mese, il Quinto Stato e il Comitato per l’uso pubblico delle caserme hanno elaborato un progetto di coworking [5] nelle ex caserme, che ora si può leggere e votare on line [6], e che abbiamo presentato anche al candidato alla Presidenza della Regione Lazio, Nicola Zingaretti.
Il progetto di coworking nelle ex caserme si rivolge ai lavori di carattere intellettuale e immateriale, che non necessitano di una postazione lavorativa fissa, e all’artigianato, che ha sempre rappresentato la spina dorsale dell’economia italiana e che rischia oggi di scomparire.
Ma possiamo spingerci anche oltre il coworking in singole ex caserme e pensare a un sistema coworking ramificato al punto da creare un mercato parallelo e che potrebbe trovare vita nell’immenso patrimonio pubblico (edifici abbandonati, ex mercati o distretti produttivi) che il sindaco Alemanno sta offrendo ai grandi costruttori e ai gruppi finanziari (gli stessi grandi elettori delle ultime tre giunte comunali).

Nella Repubblica romana – il modello di città che con le prossime elezioni comunali possiamo realizzare – ogni quartiere delle grandi città ospiterà uno spazio di coworking, autonomo dagli altri nella definizione dei progetti alla luce dei territori sui quali insiste, mentre le istanze generali e il collegamento tra le sedi saranno garantite da processi assembleari democratici. Questi spazi saranno uno degli strumenti con i quali le nuove generazioni si riappropriano della ricchezza sociale che è stata loro saccheggiata.
Saranno luoghi produttivi e insieme casematte – come le ha definite recentemente Sandro Medici [7], candidato sindaco a Roma – in cui riunirsi per lavorare, sperimentare pratiche mutualistiche e apprendere. Fondati sulla solidarietà intergenerazionale, interculturale e interprofessionale, ricopriranno in parte anche le funzioni delle antiche case del popolo e delle camere del lavoro.
In particolare, questo sistema di casematte della nuova repubblica romana avrà l’obiettivo di:

Gli spazi pubblici in disuso saranno dati in affidamento ad associazioni no profit attraverso procedure trasparenti e il reclutamento dei coworkers sarà fatto attraverso call pubbliche. Il denaro necessario a ristrutturare questi spazi potrebbe venire dai fondi europei Fesr: il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale.
Questa nuova e concreta possibilità di rivoluzionare il lavoro immateriale a Roma rivitalizzerà i quartieri, produrrà ricchezza, lavoro e cultura, stimolerà l’autogoverno della cittadinanza e innescherà processi di trasformazione delle istituzioni locali creando un’altra res publica, basata sull’autonomia, sull’innovazione e sulla partecipazione.

 

pubblicato il 05/02/2013 su http://goo.gl/Ft6E6 [9]