Quando lo stigma prova a rivolgersi verso il privilegio diventa cancel culture.

Abbiamo assistito con rabbia al dibattitto portato avanti negli scorsi giorni circa le critiche al modello disneyano (e in questo caso alle attrazioni di Disneyland) su generi, relazioni, e un’idea di amore romantico che sottende possesso, controllo e mancanza di consenso.

Il termine cancel culture sta imponendosi nell’opinione pubblica reiterando la disinformazione e la paura che l’ideologia gender aveva costruito prima di lui. È un nuovo dispositivo retorico usato da chi aspira all’immutabilità dello status quo, delle gerarchie e della distribuzione del potere.

Gli elementi in gioco sono sempre gli stessi. L’uso di parole “straniere” e dunque “estranianti”, la vittima pura e senza colpa da difendere, che in questo caso è l’immaginario archetipico dell’infanzia. Il megafono della disinformazione che passa anche attraverso una stampa veloce, stanca, che predilige la velocità dei social allo scrupoloso lavoro del fact-checking.

Il nemico indefinito, senza nome, né volto, un “loro” generalista in cui inserire le tante realtà differenti che lavorano per la valorizzazione delle differenze e l’affermazione di libertà e diritti, e chi si batte per la propria visibilizzazione, conoscendo molto bene l’impatto che ha la propria cancellazione da ogni narrazione: donne, persone trans*, non bianche, disabili, soggettività oppresse, nate o poste ai margini.

Operazioni reazionarie il cui obiettivo è ridurre al silenzio ogni attacco a sistemi di privilegio e a chi all’interno di tali sistemi ricopre posizioni apicali, detta le norme e i confini del lecito e dell’illecito, ai danni di tutte le altre soggettività. A queste ancora una volta si leva la legittimità di prendere parola, di alzarla e rivendicarne il posizionamento marginalizzato o minoritario. 

Senza entrare neanche nel merito delle critiche che possono essere portate a modelli di relazione oppressivi, non paritari, violenti, la cui rappresentazione va necessariamente contestualizzata, ma non per questo subita acriticamente.

Un ultimo aspetto ci tocca da vicino di questo colpevolmente opaco dibattito, dato il rapporto strettissimo che intessiamo quotidianamente con la letteratura e la narrazione per l’infanzia. Walt Disney e il colosso multinazionale che gli è sopravvissuto non hanno scritto fiabe. Walt Disney e il colosso multinazionale che gli è sopravvissuto hanno partecipato di quel processo connaturato alla vita stessa delle fiabe: si sono appropriati di un modello esistente e di successo, lo hanno scelto per mediare dei contenuti, lo hanno strumentalmente piegato a questa funzione, riscrivendolo, offrendone nuove interpretazioni e arricchendolo con invenzioni inedite. Nello specifico, e solo a titolo di esempio, hanno preso la fiaba riportata dai fratelli Grimm in cui una ragazza avvelenata da una mela si risveglia quando uno dei servitori, stufi di scarrozzare qua e là la bara per i capricci del principe, le assesta un colpo sulla schiena facendo sì che sputi il frutto incriminato. Ne ha riscritto molti aspetti e più di ogni altro il finale.

Le fiabe sono prima di tutto tradizione orale, di per sé fluida e contestuale, che ogni epoca, ogni luogo e ogni soggetto ha piegato e piega strumentalmente alle proprie caratteristiche, ai propri bisogni e ai propri obiettivi. Come Perrault e le sue riscritture moraleggianti nel “secolo dei lumi”, come le tante versioni regionali raccolte da Calvino, come Rodari nel giocare a mescolarle in una grande insalata, come chiunque legga una fiaba serale rimodulandola sull’età, gli interessi, la sensibilità propria e di chi ascolta (vedi il proliferare di lupi vegetariani e cacciatori pentiti che si incontrano da un po’ di tempo a questa parte), esattamente come ha fatto e continua a fare la stessa Walt Disney Company, anche strizzando più o meno sinceramente l’occhio all’inclusione e all’empowerment femminile. Si ridia dunque respiro alle fiabe, quali motivi transculturali. Si rileggano le singole declinazioni, la cui conoscenza approfondita offre opportunità di viaggiare nel tempo, nello spazio e nei sistemi socio-culturali, ed è necessaria per prendere parola, con competenza, in merito alle scritture e riscritture.

Ci si riappropri dunque del potere intrinseco che hanno le storie di essere ascoltate, assunte e criticate, riscritte, trasformate, mutate al mutare della cultura che esprimono e del sistema di valori di chi le narra.

Forse ci guadagnerebbe il dibattito e chi di noi ami le fiabe.


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